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01.11.2016 | all' aperto

Ci vediamo in centro!

Laura Pugno racconta la sua esperienza con i ragazzi delle scuole medie di Trivero, in occasione del laboratorio organizzato da ALL’APERTO

Nel 2016 il progetto ALL’APERTO ha stretto ancora di più la sua relazione con la comunità di Trivero grazie ai laboratori dedicati ai più giovani. Per conoscere da vicino parte di questa nuova iniziativa, abbiamo intervistato Laura Pugno, artista originaria di Trivero, che ha lavorato con gli studenti delle terze medie al progetto “Ci vediamo in centro”.

 

Tutte le opere del progetto ALL’APERTO sono nate in relazione con la comunità di Trivero; questo progetto è dedicato in particolare ai giovani e al territorio, puoi descrivere di cosa si tratta?

Il progetto è intimamente legato alla comunità triverese. Prende infatti spunto dalla sua distribuzione in 37 frazioni, su un territorio molto esteso. Con la conseguente collocazione dell’edifico comunale in una frazione diversa da quella in cui si trovano le chiese più importanti, come pure gli altri punti di riferimento della vita sociale. Di fronte ad una situazione così dispersa é interessante chiedersi qual è l’immagine che i ragazzi hanno del proprio paese. Il progetto “Ci vediamo in centro”, si articola in tre punti, ciascuno dei quali coinvolge in modo diverso la sensibilità dei ragazzi. Il primo punto riguarda l’individuazione del centro (o dei centri). Viene chiesto al ragazzo di richiamare dentro di sé la mappa di Trivero indicando i ‘centri’ che per lui sono più significativi e segnalando le ragioni e i contenuti di questa scelta, che possono essere molteplici (frequentazioni amicali, gioco, contatto con la natura, sport, ecc.). Il secondo riguarda la messa a punto di una raffigurazione del centro individuato. Tale raffigurazione avverrà prima attraverso l’uso di Street View di Google maps, e poi invitando il ragazzo a scattare lui stesso una foto del suo centro. Il terzo riguarderà un intervento di personalizzazione di tale raffigurazione. È chiaro allora che, se la prima fase ha un interesse, per così dire, sociologico e psicologico, le due fasi successive hanno marcati risvolti artistici, riguardando rispettivamente il passaggio da segmento del paesaggio a immagine, e l’intervento creativo sull’immagine stessa da parte del ragazzo. Il materiale così realizzato verrà raccolto in un libro/mappa dei luoghi, restituendo la percezione - in parte fisica, ma soprattutto affettiva - che i ragazzi hanno del loro territorio. Lo svolgimento degli incontri è stato realizzato con il supporto di DiogeneLab (Alessandro Allera e Raffaella Giorcelli).

 

Come ci hai appena spiegato, Trivero é un comune molto particolare, composto da 37 frazioni di un territorio molto vasto: ricordi come percepivi questa realtà così “dispersiva” quando eri più piccola? Quali erano i tuoi punti di riferimento?

Trivero mi è sempre sembrato un luogo immenso, penso di non aver mai visto tutte le sue frazioni. E che nessuna di esse abbia nome “Trivero” è piuttosto particolare. Trivero è solo un nome geografico che tiene unite le molteplici frazioni. Tale caratteristica mi è stata fatta notare da ‘stranieri’, esattamente come è avvenuto in passato, quando gli inglesi, giunti in Italia - a fine settecento - ci indicarono le montagne come oggetto da osservare e desiderare. Per quanto mi riguarda, i miei centri erano la piazza della chiesa in frazione Gioia, dove si trova tuttora la casa di famiglia, e un prato alle Piane di Barbato, dove andavo a immergermi nella natura, portando con me dei libri.

 

Oggi i ragazzi si tengono in contatto grazie al web e ai social network: la percezione del territorio in cui vivono è cambiata rispetto a quelli che avevi tu alla loro età?

In effetti, è molto probabile che la percezione dei luoghi sia cambiata notevolmente, e non solo a Trivero. Ci si muove facendo affidamento alla tecnologia che permette di fare meno attenzione a quello che ci circonda, a non memorizzare troppo e a utilizzare i moderni cellulari come archivio portatile, potenzialmente condivisibile in ogni istante. Si è più sicuri nel muoversi e lo si fa con più velocità. In un certo senso, è come se lo spazio non riservasse più sorprese, almeno fino a quando si rimane connessi. È proprio tenendo conto della facilità odierna di scattare foto che ho voluto portare l’attenzione sul repertorio d’immagini che il web offre del proprio paese e di quanto tale repertorio possa distaccarsi dalla propria visione personale, dove esperienze, affetti e storie entrano in dialogo con lo sguardo, caratterizzando lo scatto fotografico.

 

Il territorio in cui sei vissuta, circondato dalle montagne e caratterizzato da una forte vocazione al tessile, ha influenzato le tue opere d’arte e la tua sensibilità di artista?

Premesso che il luogo dove si è nati e cresciuti condiziona ovviamente la sensibilità di un artista, la montagna, e la vita in montagna, sono stati per molto tempo un dato inconscio di fondo. Solo più tardi sono diventati per me oggetto di riflessione, e mi è stato più facile cogliere gli stereotipi della visione culturale di questo habitat. Di fatto il panorama montano è molto presente nei miei lavori. Le immagini che uso le ho scattate in diverse località delle Alpi, e alcune di esse sono state realizzate proprio lungo la Panoramica Zegna. Sul secondo punto della domanda, direi che non vi è stata un’influenza diretta, soprattutto perché nessuno dei miei famigliari lavorava nel settore tessile. Semmai ve n’è stata una indiretta: da triverese ho infatti potuto godere delle varie opere pubbliche realizzate nei decenni dalla ditta Zegna.

 

Tornare a Trivero da artista per il progetto ALL’APERTO: che significato ha per te lavorare nel territorio in cui sei nata?

Ci sono naturalmente dei guadagni di tipo conoscitivo, per la possibilità di confrontare in modo diretto l’evoluzione che è avvenuta: guadagni accresciuti dal fatto che tale lavoro si svolge con esponenti di una generazione giovanissima. Vi sono poi dei guadagni di carattere affettivo, che credo ciascuno possa immaginare.

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