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11.10.2014 | fondazione zegna

Aiutare i bambini: a Scampia la speranza è rosa

“Offriamo a otto ragazze la possibilità di conquistarsi l’indipendenza” ci ha raccontato Enrico Muller, responsabile del progetto sostenuto da Fondazione Zegna

Offrire un aiuto concreto ai bambini poveri, ammalati, senza istruzione che hanno subìto violenze fisiche o morali, garantendo loro un futuro reale. Da oltre dieci anni, la Fondazione “Aiutare i bambini” è impegnata ogni giorno al raggiungimento di questo obiettivo attraverso una serie di progetti realizzati in più di 70 Paesi nel mondo. Fra quelli in corso in Italia, ce n’è uno finalizzato a combattere la disoccupazione giovanile, oggi arrivata a sfondare il muro del 40 per cento. In linea con la propria mission, Fondazione Zegna ha deciso di sostenere il progetto che coinvolge tre aree particolarmente “difficili”: Gratosoglio a Milano, L’Aquila e Scampia a Napoli. Abbiamo incontrato il responsabile di quest’ultimo, Enrico Muller, e gli abbiamo chiesto di raccontarci i valori alla base dell’iniziativa “Lavoro in rosa” e i traguardi che vuole raggiungere.   Partiamo dal nome del progetto: perché “in rosa”? Perché si tratta di un progetto completamente al femminile. Una scelta dettata dal fatto che a Scampia la situazione della donna è molto più complicata rispetto ad altri contesti, sia per l’immagine femminile che vige qui, rimasta bloccata a concetti primitivi e maschilisti, sia perché le donne sono le prime a pagare quando succede qualcosa in famiglia, per esempio se il marito o compagno viene arrestato. Con questa iniziativa offriamo a otto ragazze una borsa di studio per un tirocinio formativo in azienda di sei mesi, destinato a garantire loro l’indipendenza, preceduto da un mese di formazione.   Cosa viene insegnato alle ragazze in questa prima fase? Nella stragrande maggioranza dei casi, la formazione scolastica è inadeguata e molte giovani hanno avuto difficoltà a finire il percorso educativo. In questo mese, grazie all’intervento di un educatore professionale, uno psicologo e un terapista occupazionale, cerchiamo di dare loro un’infarinatura generale per prepararle all’impatto con il mondo del lavoro e per valorizzarle. Altrettanto importante è farle sentire parte di un gruppo, una realtà che le accompagna per tutto il tirocinio e nella quale possono nascere anche amicizie.   I tre professionisti affiancano le ragazze anche durante i sei mesi? Certo. E’ previsto un colloquio mensile con la psicologa e due ore settimanali fra loro, in modo che possano confrontarsi. In questo modo il gruppo diventa una risorsa anche al di fuori dell’ambito del lavoro.   Come sono scelte le ragazze? Diamo spazio alle mamme bambine, cioè alla ragazze che hanno partorito in giovane età. Non le chiamiamo “ragazze madri” perché in realtà il papà è sempre presente. Poi diamo precedenza alle situazioni familiari più difficili, principalmente quelle delle case popolari, e cerchiamo anche di premiare le ragazze che dimostrano di avere le potenzialità per raggiungere gli obiettivi.   Quali sono le principali difficoltà che le ragazze devono affrontare? Gli attacchi che subiscono da parte della famiglia e dei fidanzati. La prima non vede bene questa “rinascita” della figlia, che spesso va a lavorare fuori del quartiere. I genitori vorrebbero averla sempre a disposizione per farle fare i lavori di casa. I fidanzati invece non possono pensare che la compagna abbia un lavoro ed entri in contatto con altri ragazzi. In questo senso, noi cerchiamo di dare loro una visione diversa del mondo e del rapporto con i genitori.   Cosa succede alla fine del tirocinio? La nostra speranza è che siano assunte dal datore di lavoro, anche se molto spesso si tratta di assunzioni in nero. In alcuni casi, le ragazze che hanno finito le superiori utilizzano i soldi guadagnati per intraprendere la carriera universitaria. E’ quanto è successo a due delle otto ragazze del progetto.

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