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21.04.2020 | fondazione zegna

Il welfare Zegna: comunità, socialità e sanità dal 1933 [seconda parte]

Avviato il dopolavoro aziendale nell’autunno del 1933, il Lanificio Zegna di Trivero aveva appena cominciato a rispondere alle necessità della sua comunità. Il mondo stava cambiando rapidamente e nuove sfide si presentavano ogni giorno: le distanze si accorciavano, i tempi si riducevano e, sempre di più, le cause locali producevano effetti globali.

Di fronte alle conseguenze della crisi americana del ’29, ogni imprenditore, anche in Italia, doveva attrezzarsi con un suo New Deal rooseveltiano, e la tutela della forza lavoro era un elemento imprescindibile di quel “nuovo corso”.

Il regime che governava l’Italia adottava e volentieri “marchiava” tutte le iniziative di carattere sociale, ma dietro le quinte della scenografia in orbace, gli uomini come Ermenegildo Zegna erano soli.

Soli, e con la responsabilità di centinaia di donne e di uomini, e di altrettante famiglie, che non avevano alternative, se non a costo di gravi sacrifici e senza effettive garanzie.

Come in altre realtà, il Lanificio Zegna rappresentava non solo l’unica possibilità di sostentamento (diretto o indotto), ma anche l’unico punto di riferimento sociale in un contesto in cui molte delle istituzioni tradizionali stavano perdendo capacità di attrazione e di coesione.

Una fabbrica, e quella di Ermenegildo Zegna non faceva eccezione, aveva bisogno di braccia e di braccia che fossero il più possibile robuste, ma anche consapevoli. In altre parole, era fondamentale conservare e incrementare la quantità delle maestranze rafforzando la natalità.

Ed era altrettanto fondamentale migliorare la qualità della vita di quelle stesse maestranze facendo sì che avessero a disposizione occasioni di divertimento e di riposo, ma anche di cure mediche e di istruzione. Quando fu inaugurato il dopolavoro non si tagliava un traguardo. Al contrario, si era appena oltre la linea di partenza.

Le “Opere Assistenziali” Zegna, nel giro di un lustro, si svilupparono sia dal punto di vista edilizio e volumetrico, sia in senso funzionale strutturandosi per accogliere le donne dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. E poi un presidio sanitario poliambulatoriale via via più ricco di dotazioni (incluso il prezioso reparto ostetrico). Ancora prima, la piscina coperta (la prima nel Biellese) che, dal 1937, completava un sistema di opportunità sportive all’epoca invidiabile.

La somma delle parti conferiva all’insieme un aspetto quasi urbano capace di fornire, in quell’angolo di Trivero, una credibile versione montana di un ambiente cittadino, soprattutto con quella piccola galleria e i suoi esercizi commerciali. Il “Centro Zegna” era talmente efficiente ed elegante da poter orgogliosamente ospitare la Principessa di Piemonte, la très charmante Maria Josè del Belgio, l’11 settembre del 1940.

Il primo bambino era nato al “Centro Zegna” il 3 febbraio 1940 e con un notevole sforzo di fantasia era stato chiamato Ermenegildo…

Il welfare Zegna costituiva senza dubbio il tipico esempio di “circolo chiuso” nel rapporto tra capitale e lavoro nella visione ideologica otto-novecentesca. Ma si trattava di un circolo virtuoso.

Per quanto di stampo padronale, l’iniziativa di Ermenegildo Zegna aveva davvero dato un impulso positivo alla comunità triverese e ne aveva consolidato le basi radicandola al territorio. Il “Centro Zegna” era una possibilità concreta e inclusiva, che Ermenegildo Zegna si sentiva in dovere di offrire alla sua gente.

Quel gesto, per quanto compiuto in quell’epoca particolare e in condizioni particolari, non ha smesso di avere ripercussioni ideali sulle buone pratiche assunte e perpetuate dal Gruppo Zegna anche molto tempo dopo e lontano da Trivero.