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17.06.2020 | fondazione zegna

La cultura del bosco e del pascolo: Ermenegildo Zegna e la bonifica della Valsessera [parte 2]

Trascorse due settimane, ecco il secondo appuntamento con il “Progetto di bonifica integrale del bacino montano del torrente Sessera”.

 

Elaborato nel 1940, avrebbe consentito di equilibrare la gestione del territorio, senza favorire esclusivamente la riforestazione. Il bosco avrebbe avuto la sua parte, ma avrebbe condiviso la valle con il pascolo e con l’agricoltura di montagna, con l’attività estrattiva, con la produzione idroelettrica e con altre direttrici di sviluppo.

 

Le acque sarebbero state imbrigliate e irreggimentate non per il gusto di manomettere la natura, ma per introdurre ordine nel disordine, per difendere il suolo e per tutelare un territorio bellissimo e ricco, dove il selvatico e l’antropico potevano convivere a reciproco vantaggio e senza attriti.

 

La bonifica della Valsessera rappresentava una possibilità. Costituiva la realtà concreta di una scelta. Un investimento che andava ben oltre l’attitudine vincente di un imprenditore audace e capace. Anzi, quel progetto testimonia quanto lo sguardo di Ermenegildo Zegna non fosse fisso sui suoi telai, ma mobile su altre opzioni, addirittura antitetiche rispetto a un sistema socio-economico, il suo, basato sull’industria.

 

Il principio più nitido che emerge da quel poderoso strumento tecnico-progettuale è proprio questo: una comunità non può vivere attingendo a una fonte soltanto, ma deve cercare con intelligenza altre fonti, conoscendole e migliorandole, perché nelle incognite dell’avvenire è sempre la diversificazione a fare la differenza.

 

La persuasione che in Sessera sia possibile non solo mantenere ma anche estendere ulteriormente il bosco senza intralciare l’industria pastorizia e che vi sia possibilità di esercitare un’intensa industria pastorizia senza recare alcun danno al bosco, anzi con vantaggio per entrambi, sono i motivi che hanno indotto a costituire l’Ente per la Bonifica Montana di Monte Rubello e a disporre la compilazione del presente progetto”.

 

Un progetto che vale centinaia di pagine di relazioni botaniche e geologiche, valutazioni agro-silvo-pastorali, analisi climatologiche e meteorologiche, tabelle, mappe, elaborazioni grafiche di tracciati stradali, computi metrici e prospetti economici.

 

Oltre a numerose fotografie di questa valle aspra e verdissima. Un progetto grande, perché grande è la porzione di Biellese oggetto di studio: cento chilometri quadrati di meraviglie e di opportunità.

Ma la questione non verteva solo sulla vecchia antitesi tra bosco e pascolo. La nuova strategia integrale voleva bonificare la Valsessera anche per proporre quell’area rispetto a scenari diversi e, fino ad allora, non immaginati.

 

Un’altra attività che certamente non mancherà di svilupparsi quando sarà compiuta la trasformazione fondiaria del bacino è il turismo, oggi quasi completamente assente. Il Sessera è lo sbocco naturale di tutte le correnti sportive del Biellese; esso potrà divenire un luogo di soggiorno estivo ideale e offrire nell’inverno possibilità sciistiche notevoli”.

 

Il conte Zegna e l’ingegner Paltrinieri avevano le idee chiare già allora. Appartenevano a una generazione nuova di progettisti e di costruttori che vedevano la cultura, cioè l’azione responsabile dell’uomo, come artefice del corretto mantenimento della natura, quando quest’ultima non è o non è più quella ancora incontaminata dell’Amazzonia o del Borneo, ma quella europea, ossia comunque figlia della persistenza dell’umanità sul territorio.

È vero che la Storia non si fa con le ipotesi, ma che cosa sarebbe stato della Valsessera se non ci fosse stata l’ultima guerra? All’inizio degli anni Quaranta i tempi erano maturi per molte cose. Alcune furono realizzate in seguito, altre no o comunque in forma e in misura differenti. Ma l’interrogativo resta ed è una parte suggestiva di questa storia. Una storia che continua.