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28.04.2020 | casa zegna

Il welfare Zegna. Comunità, socialità e sanità dal 1933 (prima parte)

Il welfare Zegna ha una data di nascita ufficiale. Il 15 ottobre 1933 fu inaugurato il Dopolavoro del Lanificio Fratelli Zegna di Angelo. Ma il “Centro Zegna” era già attivo da diversi mesi. Prima del Natale del ‘32 gli stabili erano, infatti, pressoché ultimati.

E l’Epifania del ‘33 fu già festeggiata in quei locali. Su “Il Popolo Biellese” del 9 gennaio 1933 si legge:

Il sorgente edificio del Dopolavoro, che nelle decorazioni risente dello stile e del gusto olandesi, è bellissimo. Esso consta di un teatro al quale verrà applicato anche l’apparecchio per le proiezioni delle pelli­cole parlate, di un ampio locale adibito a mescita di bibite, di una cucina, di sale di lettura, scrittura, eccetera.

Fuori si stendono ampi piazzali di soggiorno, lunghe terrazze per i giuochi delle bocce e del tennis, comodi belvederi ed una giovane pineta che incornicerà il delizioso e comodo luogo con un vario verde e balsamico di piante odorose.

Il Dopolavoro, fatto costruire dalla Ditta Zegna ed il cui costo si aggira sulle 600.000 lire, è dotato dei più moderni servizi ed il locale della mescita con annessa cucina per il servizio di ristorante non ha nulla da invidiare coi più moderni impianti del genere. Il Dopolavoro di Trivero, i cui interni sono stati aperti in questi giorni al pubblico è certamente uno dei migliori d'Italia rispetto la popolazione.

 La ditta Fratelli Zegna di Angelo aveva deciso di investire in quella struttura perché, come in altre situazioni analoghe per altre comunità italiane, serviva un punto di aggregazione sociale che non fosse la fabbrica o la chiesa del villaggio.

Serviva un luogo in cui i lavoratori potessero ritemprare le forze e svagarsi senza eccessi, ma anche formarsi e informarsi secondo le disposizioni dell’autorità costituita.

Quello era il tempo dell’affermazione del regime e del consenso: anche volendo, non c’era alternativa. Il “Centro Zegna” non poteva nascere se non sotto il segno del fascio littorio.

Tuttavia, a Trivero il bisogno di quella iniziativa era davvero sentito e non si trattava di una banale azione di propaganda politica.

Per Ermenegildo Zegna era chiaro quanto fosse necessario “andare verso il popolo” affinché quel popolo continuasse a vivere e a lavorare a Trivero, non fuggendo dalla montagna verso la pianura e la città.

Il lanificio non poteva esistere senza le sue maestranze, ma quelle maestranze dovevano avere condizioni di vita migliori di quelle di un paese isolato e frazionato in decine di borgate.

Occorreva quindi tessere una comunità che era tale solo quando era al lavoro sui telai degli Zegna. Gli operai triveresi meritavano di più.

Il neonato “Centro Zegna” rivelava il carattere del suo ideatore.

Ecco perché aprì i battenti offrendo l’intrattenimento più moderno e in voga all’epoca: la proiezione dei primi film nella sala cinematografica.

All’esterno del dopolavoro furono inoltre realizzati il campo da gioco per le bocce, il campo da tennis, la palestra all’aperto per la ginnastica, e una vasca natatoria.

La “vasca natatoria” non era la piscina che tutti conosciamo, bensì un piccolo invaso colmato dalle acque del rio Baso che oggi corrisponde al parcheggio della stazione dei carabinieri.

Ma il destino del “Centro Zegna” non era quello di rimanere un ritrovo domenicale o il posto abituale per un bicchiere a fine turno.

Era già pronta la parte davvero filantropica, la più importante.

Di lì a qualche settimana l’”Opera Nazionale Maternità e Infanzia” avrebbe iniziato a occuparsi delle donne e dei bambini del Triverese. Non più solo “Dopolavoro”, ma il vero “Centro Assistenziale Zegna”. Ma questa è un’altra storia che vi racconteremo la prossima settimana